QUINDICI GRADI

QUINDICI GRADI

15 GRADI, LE SUOCERE, L’ANGOLO DI INCIDENZA E GLI AEROPLANINI DI CARTA.

Brevi istruzioni per l’uso.

“Vorrei te, del vino, e le conseguenze.”
Charles Bukowski

– Un calice di rosso, ho bisogno d’ispirazione – chiesi a Mimmo, confidando nella sua capacità di scegliere il vino.
Mi aspettavo un negramaro, che adoro per i profumi e per la struttura, invece mi trovai nel calice qualcosa di davvero differente.
– Assaggia questo – e sparì con il suo fare silenzioso.
A me Mimmo piace sfotterlo paragonandolo alla versione disarmata di Jean Renou, del resto su quel modello di fascino tenebroso conta per conquistare quel due, tre per cento di clienti in più.
Credo che si alleni allo specchio, però.
Stranamente, a fine mese il tenebroso gli viene meglio (come a tutte le partite IVA).
Però sui vini non sbaglia mai.
Il profumo era intenso, bacche e frutti di bosco, ma non era un primitivo. Il gusto, pieno, corposo, lontano dalla nota leggera del negramaro che pensavo mi avesse versato.

Poi prendo l’etichetta. Susumaniello, il “vino del somaro”, perché i vigneti sono soliti essere carichi di grappoli. Almeno per i primi anni. Poi, quando diventano perfetti per la vinificazione, passano otto, dieci anni e i grappoli diventano più radi, zuccherini e preziosi.
E’ un vino per chi sa aspettare, come i grandi progetti, come il grande amore.

Costruito giorno per giorno, il grande amore.

Ma in quel momento rimasi folgorato da quel numero.

Quindici gradi.

E immediatamente pensai alla mia compagna, che mi suggeriva di portare un vino inebriante e alcolico e abboccato per conquistare definitivamente la madre.

Ora, siccome le suocere sono come le stelle, e il loro posto è il cielo… sono tornato bambino, a dodici anni.
Quando, appassionato di aeronautica, costruivo aerei di cartoncino, e adoravo farli volare il più a lungo possibile.
Dapprima sperimentai i modellini di un libro con tanti esempi… fino a fondere quei “modelli da ritagliare” con gli articoli di fluidodinamica della mitica Enciclopedia Labor.

Quindici gradi.

E’ il limite dell’angolo di incidenza che serve ad un aereo per creare portanza.

L’angolo acuto della corda del profilo alare con il profilo dell’aereo, o con il flusso d’aria.

Insomma, quindici gradi.

Quindici gradi per salire, inebriarsi, toccare il cielo con un dito.
Quindici gradi: di più, si stalla e si cade.
Quindici gradi: di meno, magari, ci vuole più energia. O non vale la pena, diciamo.

Quindici gradi. Proverò ad intavolare il discorso con mia suocera.

Male che vada, la farò ubriacare.

Nella foto, ANTIERI, Susumaniello IGT 100%, Schola Samenti, 15%vol.

CHE COS’E’ L’AMORE

CHE COS’E’ L’AMORE

CHE COS’E’ L’AMORE

All’inizio pensavo fosse un turbine. Qualcosa di potente che dovesse scuotere non solo i sensi. E che dovesse durare per sempre. Perché all’inizio tu pensi che sia per sempre. Sempre. E non lo pensi. Lo credi. E magari ti adoperi perché sia per sempre. Magari parti bene. Magari lei assomiglia alle principesse delle favole. Perché l’amore è una favola.

E mi ricordavo l’incanto della Pioggia del Pineto di D’Annunzio, l’ultimo anno di liceo. Perché la poesia è degli uomini. Perché cercano parole suadenti per raccontare l’amore alle donne. Che la poesia invece la vivono. Sempre. E per sempre. Anche quando sono scanzonate, e sono tristi, e hanno sofferto.

E mi ricordo la favola bella, che oggi m’illude. E mi ricordo di Ermione. E mi ricordo i suoi occhi, perchè la mia Ermione aveva degli occhi, dei capelli, un sorriso, delle movenze, tutte reali.

Perché per me quell’amore era una Musa, non una semplice donna, se dire semplice può essere vero.

E mi ricordo una canzone di David Bowie che raccontava di Ermione. E il duca bianco con la sua voce effettata. E quella chitarra decadente. E gli occhi di lei, e i suoi baci. E quei versi, scritti tanto tempo dopo su un pezzo di carta. Da lei a me. Da una donna ad un uomo. Così. Perché si ricostruisse il sogno.

E dopo un’altra, un’altra ancora.

E nuove poesie, o sempre quelle perché l’amore è ricercare la stessa donna in tutte le donne.

Finché non la si incontra.

Perché in realtà non la incontri. Non esiste davvero. La ricordi. Perché è dentro di te.

E allora ti confondi, perché nessuna fuori sembra reale.

E allora non è reale neanche quella dentro di te.

E allora ti giochi la carta dell’intelligenza, del fascino.

E allora ti inventi una favola bella. Una nuova favola bella.

E ti dici: no, non possono essere degli occhi, perché quelli non sono occhi. Sono immagini che assomigliano a ricordi. E non si gioca una vita sui ricordi.

E quindi pensi che sia questo, e le affinità elettive. E magari funziona.

Ma poi ti reinventi troppe volte. E non si fa così.

E poi reincontri ancora quegli occhi, quello sguardo. Quella principessa dei sogni…

E ci ricadi.

Stavolta, però, prima, finisci il caffè.

AMORE LIQUIDO

AMORE LIQUIDO

AMORE LIQUIDO
(Peregrinazioni intorno a San Valentino, con largo anticipo così uno s’organizza)

 

Mi sveglio prestissimo, essendo andato a letto, per motivi quasi lavorativi, alle tre.

Di malavoglia, apro gli occhi alle sette, e mi butto sotto la doccia.

Visto che ci sono, rassetto il bagno, passo l’aspirapolvere in casa, metto le camicie in lavatrice.

Alle nove e un quarto dovrebbe passare la tipa dell’agenzia per mostrare casa al prossimo inquilino.

Non mi piace essere disturbato la mattina, ma è l’unico modo possibile.

Alle 9.40 mi chiamano, scusandosi, che l’appuntamento era stato annullato.

Vado al Mercantile a fare colazione. In realtà ho fatto tutte le operazioni in trance. Il mio cervello si sveglia dopo il mio corpo e prima del fegato.

Poi il fegato, generalmente, esce con una scusa e tenta di espatriare, ma queste sono altre storie.

Nel locale entra prima di me una donna visibilmente caruccia, la seguo con lo sguardo.

Attacca un cappuccino.

E una tiritera:

“Quanto non sopporto quelli che si alzano alle dieci del mattino!!!”

Non ce la faccio. Rispondo.

“Signora, mi scusi, io sono uno di quelli. Mi vuole forse sparare?”

“No, ma sicuramente avrà le sue buone ragioni…”

“Può darsi. Ho finito di lavorare alle tre”.

“Va bene, ma uno che finisce alle dieci?”

(Uno che finisce di lavorare alle dieci, secondo me è poco meno meritevole di uno che finisce alle tre… supponendo che finendo alle 22 abbia cominciato alle 13, o alle 14, se fa un turno… oppure, insomma, credo se la possa prendere comoda…)

“Signora, mi perdoni se mi intrometto… ecco… credo che lei si stia riferendo al suo compagno/marito… la prego, accetti questa cioccolata da parte mia per addolcirsi la mattinata… e, mi perdoni… gli uomini oggigiorno sono rarissimi: si tenga stretto il suo compagno, lo metta su un piedistallo, lo veneri in quanto uomo “normale” e lo perdoni almeno oggi, che è San Valentino…”

“Ma lei parla proprio come Antonio… ma vi siete messi d’accordo?”

Sorridiamo tutti. Lei va via.

Mi spiega Valentina da dietro il bancone…


“No, guarda, è arrabbiata perché non ha trovato in vetrina un regalo che avrebbe voluto… in realtà il marito è venuto qui alle otto meno un quarto, che neanche avevamo aperto… ha comprato il tutto e glielo farà trovare quando tornerà a casa…”

Mi imbatto in “Amore Liquido”, un articolo terrificante sulla Gazzetta del Mezzogiorno, lontanamente ispirato dall’omonimo saggio di Bauman, sulla precarietà dei rapporti, sul passaggio dall’amore solido, fatto di contatto e presenza, a quello liquido, fatto di connessioni, di sfioramenti. L’amore ai tempi delle chat, insomma.

Il giornalista non è che non abbia capito il senso… ma è avvelenato contro l’amore… e non ha capacità di scrittura. Quelli che passano da copiare il compito al liceo alla Gazzetta.

Una zappa in mano, ripeto mentalmente.

Io, personalmente, credo nell’amore. E nella sua celebrazione, sempre, in ogni modo.

Credo nell’innamoramento, nell’essere compagni e complici.

Credo nell’essere amici, e amanti al tempo stesso.

 

E nell’essere soli.

Perché è una necessità interna.

Credo in tutti questi stati dell’essere, perché sono tutti autentici, e necessari.

Credo che esista la capacità di sentirsi, e di guardarsi vivere, un attimo, da fuori, per apprezzarsi di più.

Non credo nelle tristi generalizzazioni. Nelle facili generalizzazioni.

Io non sono cinico, ma nemmeno desideroso di false aspettative.

Credo che l’isteria non serva, e che ogni atto non abbia quel senso di catastrofico.

Del resto, sulla terra, gli unici a festeggiare San Valentino siamo solo noi umani.

Gli altri, guardandoci, sghignazzano.

Un pasticciotto con la crema e un espressino con la cannella, grazie.

LA CESTA DEI PARENTI

LA CESTA DEI PARENTI

LA CESTA DEI PARENTI

Lì, dietro Piazza Mercantile c’è uno studio fotografico, che si tramanda di generazione in generazione.
Ora lo gestiscono dei ragazzi, esperti in tecniche digitali. Ogni tanto, fino ad un paio di anni fa, ci si poteva imbattere nel nonno, Nicola, fotografo d’altri tempi, nato e cresciuto forse neanche con la pellicola, ma direttamente con i dagherrotipi.

Incontrarlo, quando veniva in studio, era bellissimo: ogni giorno raccontava qualcosa di quando era giovane.
Ogni tanto ci facevamo raccontare di quando aveva fatto il fotografo di guerra, delle avventure in Africa, e qualche volta di quando si trovò a fotografare  l’affondamento della flotta americana proprio nel porto di Bari, la Pearl Harbor nostrana, che per poco non moriva anche lui nell’incendio, mentre di morti ne aveva visti tanti, tantissimi altri.
E lì, da sorridente, diventava cupo, e rimaneva zitto tutto il pomeriggio.

Quindi ci facevamo raccontare le storie della cesta.

Lui vendeva di tutto ai turisti, oltre a far loro le istantanee e le Polaroid. Aveva un enorme espositore con le foto della Bari che non c’era più: il corso Vittorio Emanuele con i bar fin sulla strada, con una o due macchine che oggi neanche quando lo chiudono al traffico, sullo sfondo il Margherita ancora in costruzione (oddio, come oggi che è in perenne restauro, oppure è stato costruito in restauro), Piazza Risorgimento viva come non mai, il Petruzzelli com’era allora, la piazza della Stazione negli anni ‘50.
Corso Cavour con i cavi del filobus sospesi e intrecciati come ragnatele.

E aveva anche una cesta piena di foto.

Foto di persone, uomini, donne, bambini.

Tutte rigorosamente bianconero, dei ritratti dai primi del ‘900 agli anni ‘50: forse dagli archivi del padre, o rinvenuti chissà dove.

Ogni ritratto che trovava veniva recuperato e messo in quella cesta.

Lui ci raccontava per filo e per segno le storie di ogni persona in ogni foto.

Le chiamava per nome, oppure per professione. “Il professore” oppure “Michele” oppure “l’Avvocato Piscopo” o “il nipote del Conte”.

Ogni foto una storia, ogni foto un mondo.

“Il Professor Amato era quello che aveva la figlia che era scappata col cuoco della nave americana, e non era più tornata se non dopo 15 anni, portandogli una vagonata di nipoti, che lo salutarono in dialetto barese con la pronuncia americana. Per lui fu uno shock talmente forte che mancò due settimane dal suo liceo. Il lunedì successivo interruppe l’ora di matematica citando Seneca a memoria”.

Oppure… “Questo era Peppino il pescatore, detto ‘u gnore non perché fosse di origini africane, o fosse particolarmente abbronzato, come spesso capita dalle nostre parti, ma perché, nonostante fosse perennemente a contatto con l’acqua, la considerava solo per pescarci i pesci ma mai per lavarsi. Non si sapeva come resistesse la moglie, visto che non usciva mai. Magari era morta da dieci anni, ma lui non ci avrebbe fatto caso, tanto che già prima parlava poco. E poi agli odori lui c’era abituato”.

Ma la storia più bella è quella del padre adottivo.

Un giovane sulla trentina arrivò da lui con una foto praticamente dissolta. Di quelle antiche, stampate sul cartoncino. Con intorno due righe ormai indecifrabili e una firma.
Credo si leggesse “A Maria, con immenso amore, Stefano”.

La foto era finita per errore nell’acqua, e c’era rimasta una notte intera. Ormai era lui che raccontava la foto, che l’immagine e la cornice s’erano appoltigliati.

Peccato.

Cominciò a rovistare tristissimo nelle foto della scatola.

Nicola gli chiese “Giovanotto, posso aiutarti?”

– “Naturalmente: cerco qualcuno che mi assomigli. Ho questa foto di mio padre, l’unica che m’è rimasta”ma credo non resista più, visto che mi si sta dissolvendo in mano.”

Allora Nicola trovò subito una foto, che assomigliava al lui e al padre.

Dietro la foto, nessun segno, nessun messaggio.

Allora Nicola chiese al giovanotto: “Voi come vi chiamate?”

– “Andrea” rispose.

E cominciò a scavare nel passato, e a raccontare.

– E vostro padre?

– Onofrio.

“Questo allora sarà Onofrio, d’ora in avanti. Abbiatene cura.”

Il giovane andò via, con gli occhi lucidi.

E tutto finì lì.

Per parecchio tempo, ogni tanto vendeva una foto, a qualcuno di cui notava l’amore a prima vista, come se avesse visto la madre, o il padre, o i nonni.

La vendeva per poco.

Perché stavano già pagando con i singhiozzi, e Nicola era gentile e non ha mai sfruttato la sofferenza altrui.

Buon viaggio, Signori.